LA VOCE DEI TERRITORI

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CALABRIA: CHE FARE

di Sergio Aquino, membro del coordinamento nazionale "Adesso"

La pandemia ha messo a nudo, più di quanto già non lo fosse, la 𝐟𝐫𝐚𝐠𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ economica e sociale della 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐚. La nostra regione vanta il 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞, nonostante una spesa di oltre 3,5 miliardi di euro l’anno, con un deficit tra i 160 ed i 175 milioni di euro l’anno; per rientrare nei limiti del deficit è stata scelta la strada apparentemente più semplice, quella del ridimensionamento delle strutture sanitarie pubbliche e così, in pochi anni, la 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 è stata 𝐬𝐦𝐚𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐚𝐭𝐚 e sono stati chiusi molti ospedali di piccola dimensione. Risultato: alla fine dell’intervento, i 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨 disponibili sono stati quasi 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢, passando da 4,47 per mille abitanti nel 2007 a 2,54 nel 2018 (dati Istat).
In una situazione del genere, nonostante la Sanità calabrese sia da anni commissariata, chi la guida 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐭𝐨 𝐚𝐝 𝐨𝐟𝐟𝐫𝐢𝐫𝐞 agli abitanti neppure i 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐋𝐄𝐀 (Livelli Essenziali di Assistenza), costringendo migliaia di malati, ogni anno, ad affrontare con i propri familiari i cosiddetti “𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞” verso strutture ospedaliere del centro-nord Italia con notevole aggravio di spese e di disagio.
Dal punto di vista del 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, il tasso di 𝐝𝐢𝐬𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 fra le persone di età compresa tra i 15 e i 74 anni nel 2019 era del 21% (nel resto di Italia era del 9%) e, tra queste, il livello di scolarizzazione è tra i più elevati del Paese. Lo skill mismatch che affligge gran parte delle aziende italiane è stato in parte coperto da quei 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢 calabresi, per il 30% laureati, che ogni anno, in misura sempre più massiccia, 𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨-𝐧𝐨𝐫𝐝 𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐨𝐜𝐜𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐧𝐨. Le piccole aziende operanti nel campo della 𝐫𝐢𝐬𝐭𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 e del 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 sono state travolte dall’emergenza Covid, rivelando la loro 𝐝𝐞𝐛𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 e lasciando senza lavoro migliaia di lavoratori, alcuni dei quali, non essendo assunti regolarmente, non hanno potuto beneficiare neppure degli ammortizzatori sociali.
In questo quadro apocalittico, come 𝐫𝐢𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 i calabresi (il 56% a gennaio 2020 disertò le urne ed un ulteriore 3% dei votanti consegnò una scheda non valida) se, ad esempio, i 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐢 regionali di maggioranza e di opposizione, 𝐝𝐞𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐢 a novembre dopo la scomparsa della Presidente della Giunta, ancora a gennaio del 2021 hanno, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚 alcuna, nominato i loro “portaborse”?
La 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐟𝐟𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 dal voto nasce dalla considerazione ormai radicata nella mente dei calabresi che tutta la vicenda elettorale sia da decenni una 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐚 messa in scena da due 𝐟𝐢𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢, che si alternano senza sorprese ogni cinque anni alla guida della Regione, con numerosi consiglieri che, a secondo dell’aria che tira, 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐚𝐬𝐚𝐜𝐜𝐚 𝐞 𝐬𝐜𝐡𝐢𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨.
E mentre l’elettorato assiste a questo 𝐭𝐞𝐚𝐭𝐫𝐢𝐧𝐨 quinquennale, sopra ogni cosa 𝐫𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐧𝐢 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐥𝐢 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐟𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐥’𝐢𝐦𝐛𝐫𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨, 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐳𝐳𝐞𝐭𝐭𝐞, 𝐢 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢𝐭𝐢𝐬𝐦𝐢 𝐞𝐝 𝐢𝐥 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐦𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞, 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐥𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐞𝐬𝐢, 𝐥𝐚 𝐧𝐝𝐫𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞𝐭𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐚 𝐢𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨.