LA PASSIONE POLITICA DI DANTE

UNA QUESTIONE DI APPARTENENZA

di Elsa Flacco, vicepresidente "Adesso"

27-03-2021

Giusto due giorni fa abbiamo celebrato in tutta Italia il “Dantedì”, la ricorrenza solenne e sentita del settecentenario del Sommo Poeta. Dappertutto è stato un fiorire, un proliferare di iniziative di ogni genere: convegni, dibattiti, dirette social, articoli e scritti vari, letture a ogni livello e in ogni contesto, rievocazioni le più diverse di tutti gli aspetti della figura e dell’opera di questo Genio della nazione.
Ovviamente mi guardo bene dal tentare in questa sede, dopo tanti illustri contributi, una qualsiasi considerazione sulla poesia di Dante: sul suo ruolo di padre della lingua, della letteratura, della patria, non potrei dire nulla e non lo voglio. Mi viene da fare una riflessione invece su Dante uomo del suo tempo, uomo del Medioevo, se questa definizione ha ancora un valore, non dico storiografico, ma almeno per il senso comune. È uomo del suo tempo nel pensiero, nel carattere, nella visione del mondo e nell’immaginario. Se ha travalicato una dimensione è stata, più che quella temporale, quella spaziale: fiorentino di origine e fino all’osso, per circostanze esterne e drammatiche è stato strappato alla sua terra per divenire, suo malgrado e come da lui riconosciuto negli ultimi anni con rimpianto ma anche orgoglio, cittadino del mondo.
La riflessione che mi viene di fare riguarda la sua appartenenza non di epoca, non di patria, ma proprio di parte. La sua passione politica, insieme a quella per una donna e per la poesia senz’altro la più forte della sua vita, è quella a cui deve la sua sventura e che tuttavia l’accompagnerà sempre, nonostante le traversie, le delusioni, le amarezze. Eppure mai rinnegherà le proprie scelte, quelle che partono dalla Firenze guelfa e proseguono nelle nette scelte di campo, dapprima accanto ai Bianchi, poi, una volta esiliato, allargando la visuale a tutta la cristianità e facendosi portavoce di una visione “ghibellina” nel De monarchia. La politica come impegno pubblico, dapprima a Firenze, buttandosi a capofitto nella lotta quotidiana, virulenta, talvolta cruenta tra le fazioni, poi su un piano più generale, teorico ma sempre militante, nel sostegno alle pretese imperiali di Arrigo VII e, dopo la sua morte improvvisa nel 1313, nell’auspicare un’autorità politica universale che si contrapponesse alle pretese temporali del papa, considerate esiziali per la civile e giusta convivenza.
Impossibile, a questo proposito, non riandare con la memoria al canto III dell’Inferno, che ospita prima dell’ingresso vero e proprio, in una sorta di vestibolo, l’antinferno appunto, la schiera sterminata degli ignavi. I più disprezzati da Dante, quelli che non meritano nemmeno una menzione individuale, senza un nome, gli “sciaurati, che mai non fur vivi”, come li definisce Virgilio, che lo esorta a non soffermarsi su di loro, ma di passare oltre, perché memoria di loro “il mondo esser non lassa”. E così, mentre nei gironi infernali, anche nei più bassi, Dante si ferma a parlare con i dannati, li nomina, racconta la loro storia, in parecchi casi li rispetta, li compiange e in qualche caso li ammira addirittura (e penso a Francesca, a Ulisse, ma anche a Farinata, a Brunetto, a Ugolino e tanti altri), i poveri ignavi sono non solo condannati a una pena ripugnante, costretti a correre nudi dietro un’insegna incomprensibile, punti da vespe e mosconi e percorsi da vermi schifosi che si nutrono del sangue e delle lacrime prodotti dai loro ignobili corpi, ma condannati all’anonimato: appaiono perciò abbastanza risibili le secolari discussioni tra studiosi e appassionati sull’identità di “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, visto che è lo stesso poeta che rifiuta di identificarlo perché probabilmente è il simbolo di innumerevoli individui incapaci di assumersi responsabilità che comportano fatica, impegno e dedizione.
Sì, gli ignavi rappresentano agli occhi di Dante la categoria più spregevole, pur non potendosi neanche tecnicamente definire dannati. Sono quelli che non hanno saputo scegliere, non hanno saputo decidere, non hanno saputo prendere posizione; sono rimasti nel guado, timorosi o, peggio, indifferenti. Hanno condotto una vita-non vita, un’esistenza infima, peggio che bestiale, indegna perfino dell’odio e della paura, che comunque sono sentimenti, emozioni, indice di una qualche reazione. Loro non meritano nessuna considerazione, rifiutati dal Cielo e dall’Inferno e snobbati anche dai due pellegrini, che pure si fermeranno a considerare, ora inorriditi, ora compiaciuti, ora impietositi, la sorte dei colpevoli di crimini efferati o di peccati spaventosi. Agli occhi di un uomo, un intellettuale, un cittadino che ha saputo prendere parte, “appartenere” nel senso più autentico, alla lotta, senza risparmiarsi, dedicando il suo tempo e sacrificando tutto all’ideale di una giusta e civile concordia, agli occhi di uno così, chi ha preferito starsene rintanato a curare il suo “particulare”, per dirla con Guicciardini, senza rischiare niente, indifferente al bene comune e attento solo al proprio meschino benessere personale, piegandosi a qualunque compromesso pur di essere lasciato in pace, merita solo disprezzo.
Impossibile non ricordare l’”odio per gli indifferenti” di Gramsci, il suo invito a studiare, a impegnarsi, a organizzarsi, a “essere partigiani” in anni in cui il termine non aveva ancora preso l’accezione con la quale comunemente oggi l’intendiamo. I partigiani di Gramsci sono il contraltare degli ignavi di Dante: questi grandi italiani e grandi uomini del loro tempo, insieme a una minoranza esigua di loro simili, hanno scelto di scegliere, di battersi rischiando in prima persona per una causa, un ideale, qualcosa per cui vale la pena sacrificare il benessere materiale, la libertà, la vita stessa. Ecco, al di là della poesia, oltre la poesia, credo che ricordare l’Alighieri significhi anche ricordare il coraggio e la passione dell’uomo, senza i quali non sarebbe nato nemmeno il monumento letterario che oggi celebriamo come il fondamento della nostra cultura.
Glielo dobbiamo, a Dante. E forse anche a noi stessi, in un momento in cui di passione civile e politica avremmo immenso bisogno.

Filighera

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