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NON SOLO STAFFETTE: LA RESISTENZA DELLE DONNE

di Elsa Flacco, vicepresidente "Adesso"

25-04-2021

Sono ormai diversi gli studi sul ruolo delle donne italiane nella Resistenza, che si sono moltiplicati soprattutto dagli anni ’90 del secolo scorso, dopo decenni di riduzionismo riguardo un tema che metteva a disagio per più di un aspetto. Un silenzio rotto solo raramente da qualche opera coraggiosa, come il romanzo del 1949 L’Agnese va a morire di Renata Viganò e il film documentario La donna nella Resistenza di Liliana Cavani, del 1965.
Per decenni il ruolo femminile nella lotta resistenziale è stato identificato con quello della staffetta: una coraggiosa ragazza in bicicletta che macinava decine di chilometri al giorno per portare documenti, provviste, garantire collegamenti, tutto a rischio della vita o di violenze e torture inenarrabili; per di più disarmate, senza neanche la possibilità di difendersi, ove catturate.
Ma molte donne osarono oltre, sfidando non solo la morale convenzionale, ma le remore degli stessi compagni di lotta, imbevuti come tutti della cultura patriarcale e maschilista dominante e restii ad accettare donne combattenti nelle proprie formazioni. Molte si adeguarono a ricoprire ruoli ausiliari, garantendo quell’assistenza materiale e affettiva che è stata ribattezzata maternage di massa dalle studiose, come Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, Michela Ponziani, che negli ultimi anni si sono occupate di restituire voce e giusto rilievo alle decine di migliaia di donne che la Resistenza l’hanno fatta accanto e insieme agli uomini.
35.000, secondo l’ANPI, le partigiane combattenti, molte, moltissime di più le fiancheggiatrici, a vario titolo, della lotta armata. Solo 19 ricevettero medaglie d’oro, quasi tutte alla memoria. All’indomani della Liberazione, piano piano, si cercò di ricacciare nell’ombra le donne e le ragazze che tanto avevano fatto per affermare la propria azione su un piano paritario rispetto a quello maschile. Erano donne di ogni estrazione sociale e culturale: operaie, contadine, impiegate, rampolle altoborghesi, accomunate dalla ripugnanza verso il regime fascista e le sue scelte scellerate, e dalla volontà di distruggere il nazifascismo per restituire alla patria dignità e libertà, attraverso un percorso che passava anche per la liberazione della donna.
Quei mesi tragici di violenza, di guerriglia, di massacri, avevano nel contempo segnato uno spartiacque tra due mondi: quello del passato, tradizionalista e immoto nelle sue strutture sociali e familiari che ingabbiavano le donne a funzioni riproduttive e assistenziali, e quello del futuro, un mondo di libertà sperata e desiderata, passando per un presente di sangue e di coraggio che preparava la rinascita. Ma come spesso accade, il ritorno della pace ha significato per molti versi il ritorno allo status quo ante e la cancellazione di quell’esperienza straordinaria che era stata la Resistenza delle donne. Già all’indomani della Liberazione a molte partigiane fu “sconsigliato” di sfilare accanto ai compagni nei cortei, come se creassero imbarazzo, come se la loro gioia nel trionfo, la condivisione del merito per la libertà riconquistata apparissero sconvenienti per la morale comune, che non vedeva l’ora di ricacciare quelle ragazze sorridenti e impudenti al ruolo ancestrale di angeli del focolare. Furono poche quelle che tennero duro, che entrarono in politica, che continuarono la battaglia nelle aule parlamentari o dalle colonne dei giornali. Qualcuna entrò nell’Assemblea Costituente, qualcuna diventò ministra nel dopoguerra e nei decenni successivi, ma la stragrande maggioranza di quelle che erano sopravvissute ai pericoli, agli arresti, alle torture e alle fucilazioni tornò alla vita di tutti i giorni, senza parlare per molti anni della propria esperienza all’interno di quella pagina di sangue e di gloria che era stata la Resistenza.
Hanno aspettato in silenzio, alcune più di mezzo secolo, prima di trovare la motivazione al racconto, affidando alle pagine scritte la propria testimonianza di protagoniste. Libri come Libere sempre di Marisa Ombra, Con cuore di donna di Carla Capponi, Portrait di Joyce Lussu, La ragazza di via Orazio di Marisa Musu, Autobiografia di Maria Teresa Regard, scritti dalle più consapevoli e culturalmente attrezzate delle sopravvissute, disegnano una narrazione nuova, che restituisce alle ragazze partigiane, di montagna e di città, il posto che avrebbero dovuto rivendicare già allora. Il posto che si sono riprese di diritto.
La maggior parte di quelle che hanno raccontato quei mesi fulgidi e terribili della propria giovinezza erano ragazze dei GAP, i Gruppi di Azione Patriottica attivi nelle città, soprattutto a Roma (Capponi, Musu, Regard), e c’è un motivo importante alla base di questa constatazione: mentre le infaticabili staffette dell’Appennino tosco-emiliano e in generale del Nord, o le operaie fiancheggiatrici delle città industriali erano di estrazione contadina o proletaria, le giovani dei GAP di Roma erano studentesse o impiegate di estrazione borghese, molto meglio preparate a una rielaborazione in chiave letteraria e memoriale della propria esperienza. Ne consegue che mentre la loro testimonianza ci consegna un pezzo di memoria quasi intatta, fatte salve le inevitabili omissioni e deformazioni che la prospettiva personale e il tempo trascorso portano con sé, molto meno sappiamo delle storie di tante giovani donne che con fatica e coraggio hanno sostenuto e coadiuvato la lotta dei compagni alla violenza nazifascista, rischiando quotidianamente la vita, non di rado perdendola in modo tragico, senza neanche la possibilità di difendere con le armi la propria persona, possibilità in qualche modo garantita ai loro omologhi maschi. È a loro, alle tante che non hanno lasciato nemmeno un nome su una targa o un libro, che in questo giorno va il nostro primo pensiero.