CENTENARIO DEL PARTITO SARDO D’AZIONE, L'AUTONOMIA TRADITA

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CENT’ANNI PER CAPIRE TOTTUS IN PARI

di Franz Di Maggio, coordinatore politico nazionale "Adesso"

16-04-2021

Non credo che i sardi festeggino come il fondatore Emilio Lussu vorrebbe il centenario della fondazione del PSdA (Partito Sardo d’Azione). Per la pandemia che stringe l’isola in una zona rossa dopo il fallimento del “liberi tutti” della bianca. Soprattutto perché c’è davvero poco da festeggiare, per un partito che ha conosciuto una nascita e una storia gloriosa ed è ora sprofondato tra le comode e muscolose braccia del peggior sovranismo. Ma d’altronde basterebbe studiare un po’ la storia per capire che la malattia della corta memoria ha colpito duro anche fuori dal “continente” come definiscono i sardi il resto del Paese.
Fondato da un gruppo di valorosi combattenti della prima guerra mondiale della “brigata Sassari” (presentatosi alle elezioni anche come “Partito dei Combattenti”), il PSdA era nato dall’esigenza di affermare un’autonomia amministrativa che garantisse alla Sardegna la giusta difesa delle sue peculiarità. Mondo contadino, composto in grandissima parte da piccoli proprietari terrieri e pastori, la Sardegna del 1920 non aveva ancora conosciuto in pieno lo sviluppo dell’attività di estrazione mineraria e tanto meno del turismo. Si prestava quindi a un genere di rivendicazioni di marca socialista e repubblicana. Con questo spirito, a ridosso dell’avvento del fascismo, i fondatori pensarono in visione fortemente federalista a un diffuso benessere che potesse sorgere dallo spirito comunitario da sempre presente sull’isola (secondo il motto Tottus in Pari, appunto). Ovviamente il fascismo fece la sua parte per blandire i “sardisti”. Un consistente sbandamento – nel nome del dio denaro – avviene in seguito all’offerta del Partito nazionale fascista di confluire nei propri ranghi, attuando l'ambizione di sviluppare i programmi del sardismo attraverso la copertura fascista, riuscendo a ottenere dal governo lo stanziamento, per la Sardegna, di un miliardo di lire da spendere in opere pubbliche: il capofila di questa operazione, Pili, si impegna nello studio di innovazioni dell'agricoltura e dell'allevamento; poi però (dopo il 1930) viene meno la sua leadership. Il PSdA resisterà a fatica a questo “sfondamento” operato dai fascisti, e Lussu lascerà il partito per non aver alcuna relazione con il mondo fascista. Lo stesso partito verrà messo fuori legge, dopo che la maggioranza avrà affermato la sua totale dissociazione da qualsiasi possibile intesa coi fascisti. Lussu subirà un tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti, penetrati nella sua abitazione di Cagliari, culminata con l'uccisione di un giovane squadrista. Prosciolto – incredibilmente - nel processo, uno degli ultimi in cui la magistratura potrà mostrare la sua indipendenza dal fascismo, per legittima difesa, verrà però deportato come oppositore del regime sull’isola di Lipari, dove incontrerà Rosselli, Parri e molti altri antifascisti e da dove, in seguito, fuggirà, riparando prima a Tunisi e poi trasferendosi a Parigi.
Di questo assalto alla casa di Lussu e del processo parleremo nella diretta sulla pagina facebook di ADESSO, domani, 17 aprile alle 18,30, con Gianluca Medas, narratore e regista del film “Il processo a Emilio Lussu” di cui si stanno finendo di girare le riprese.
Il Partito Sardo d’ Azione, dopo essere confluito nel Partito d’Azione ha governato in Sardegna successivamente sia con la DC che con unioni di sinistra social-comuniste. Dal 1981 ha prevalso la corrente indipendentista, assolutamente invisa a Lussu e ai fondatori che hanno sempre proclamato una visione autonomista e federalista nell’ambito di un’unità nazionale italiana, proponendo l’estensione di questa visione alle altre realtà regionali e locali. Al termine di questo percorso che ha visto svuotarsi sempre più di contenuti la visione sardista in nome di un populista irredentismo sardo, si è tornati indietro di cent’anni. Non più il muscolare fascismo, ma il muscolare leghismo hanno sedotto i dirigenti di questa gloriosa formazione, a cui auguriamo di risorgere grazie a donne e uomini che vogliano davvero rispettare e onorare la storia di una terra in cui il motto “tottus in pari” , tutti assieme, ha un significato non solo storico, ma profondo, di umanità, solidarietà, collaborazione che nulla ha a che fare (per fortuna) con il bieco leghismo sovranista.