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Magnifiche sorti e progressive della scuola

LA RIVOLUZIONE PARTE DAL PENSIERO

di Rossana Cetta, coordinamento nazionale "Adesso"

27-04-2021

La realtà che vivremo dopo questa pandemia, e che stiamo in parte già vivendo, sarà profondamente mutata.
La retorica progressista dei partiti tradizionalmente di sinistra o di centro-sinistra non avrà più nulla a che fare con il nostro tempo, bisognerà essere progressisti in altro modo, inventarsi nuove forme di organizzazione della società e della politica, dovremo assolutamente uscire da una prospettiva distorta con cui oggi affrontiamo la realtà. Intanto, occorrerà prioritariamente invertire la rotta per recuperare i valori che abbiamo perduto. Negli ultimi decenni gli italiani hanno smarrito il loro modo di essere, di comportarsi, di giudicare la realtà; è stato loro inculcato un modello di vita integralmente consumistico ed edonistico. La corruzione è diventato l’unico mezzo per ottenere qualsiasi cosa, soprattutto uno stile di vita impensabile per chi lavora onestamente. A dirla con le parole di Pasolini, la classe politica ha proceduto al più completo genocidio di valori e di sentimenti che la storia della nostra civiltà ricordi. L’onestà è divenuto un disvalore, sinonimo di debolezza e incapacità, la solidarietà affidata ai centri di volontariato, il rispetto dell’altro cancellato del tutto, la pietà verso i deboli soggiogata alla logica politica. Di fronte a tale degrado dell’etica civile non possiamo rimanere indifferenti, occorre ricucire un tessuto sociale sbrandellato, ridare fiducia alla possibilità di una rinascita, fare insomma una rivoluzione “senza che nessuno se ne accorga”, come dice un aforisma di Bruno Munari.
Spesso le contestazioni violente, le rivolte non producono effetti, mentre una rivoluzione silenziosa basata sul convincimento, sull’autorevolezza non della politica, ma dei singoli cittadini e della loro visione del mondo può essere infinitamente più condivisa di qualsiasi altra rivoluzione. Esiste una sola parola per esprimere ciò che voglio dire, ed è la parola Empowerment. Non sono amante dell’inglese, ma questo anglicismo evoca tanti significati senza ricorrere a giri di parole. In Wikipedia troviamo la seguente definizione: “un processo di crescita, sia dell’individuo sia del gruppo, basato sull’incremento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.”
Per ciò che mi interessa l’empowerment è un processo dell’azione sociale attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenze sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico e migliorare l’equità e la qualità di vita. Penso automaticamente ai nostri territori e a tutte le problematiche ad essi connesse, e penso quindi sia giunto ormai il tempo di prendere noi comunità in mano il nostro destino. Oggi il capitale più prezioso per l'individuo e per la società è il pensiero, io l'ho sempre sostenuto, ecco perché credo fortemente nel lavoro che svolgo, cioè l'insegnante. Nel campo dell'istruzione si può fare tanto, se si riesce a cambiare la prospettiva della scuola proiettandola nel futuro, che è già qui, hic et nunc.
Una scuola veramente moderna deve essere impegnata su tematiche generali (es: diritti, cittadinanza, integrazione, ecologia, Europa, mondialità, competenze e profili culturali qualitativi) e nello stesso tempo radicata nel territorio dove deve svolgere un ruolo attivo e propositivo attento alle variabili del contesto socio-culturale, mediante lo sviluppo di competenze pragmatiche, che sappiano interfacciare quote universali della cultura con istanze locali. Come a dire che il ruolo della scuola, all’interno delle nuove dimensioni dello spazio organizzato-territorio, deve estendere notevolmente quelle che erano le competenze classiche di questa istituzione verso quel ruolo di aggregazione e sviluppo sociale che, sia pure timidamente, già le era stato assegnato con la Legge n° 517 del 1977. Una nuova dimensione, questa, tutta da costruire anche e soprattutto ponendo, fra i suoi obiettivi formativi più urgenti, quello di promuovere le competenze dell’impegno collettivo e integrato. La vera rivoluzione deve partire dalla scuola, perché essa costituisce il fulcro della comunità in quanto in essa aleggia ancora (ed è questa la sua forza a dispetto di tutte le riforme demolitrici fino ad oggi realizzate) la percezione di un significato profondo, l'astratto riferimento ad un complesso di valori, di idee che offrono un sentimento d'identità personale, di comunità, di appartenenza, un fondamento per la condotta morale. Tuttavia, per realizzare al meglio tutto ciò, è necessario dare alle istituzioni scolastiche una reale autonomia, consentire la possibilità di un progetto educativo e formativo condiviso con amministratori locali, soggetti economici, associazioni di liberi cittadini, in una prospettiva anche di politica partecipata. Molti piccoli paesi vivono il drammatico fenomeno dell’abbandono e della perdita dell’identità culturale delle comunità, alle scuole spetta il compito di preservare e custodire il patrimonio culturale, un po’ come facevano gli antichi amanuensi nei conventi e nelle abbazie. Si tratterebbe naturalmente di riservarsi una parte dei programmi educativi in una visione “glocalista”, come si diceva qualche tempo fa.
Oggi, immersi in una crisi senza precedenti, anche a causa della pandemia, abbiamo più che mai bisogno dell’energia sprigionata dalla comunità, dallo stare insieme, di riannodare i legami con le persone e le cose, con i luoghi e con i sentimenti, senza tuttavia precluderci l’apertura verso più ampi orizzonti. L’egoismo non può più funzionare come bussola di una civiltà, per troppi anni abbiamo rimosso il desiderio vitale di stare insieme per inseguire l’interesse particolare, individuale, ma la società basata solo sull’individualismo rovina di per sé. Ci aspettiamo pertanto un’attenzione da parte del governo sui nodi cruciali del nostro vivere civile, che sono il lavoro e l’istruzione.