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MODELLI DI INSEGNAMENTO

LA SCUOLA E I SUOI PROBLEMI

di Rossana Cetta, consigliere nazionale "Adesso"

20-02-2021

Anche per la 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚, come per tutti gli altri ambiti della vita comune, lo scontro si consumerà sul terreno della finanza pubblica. Quanti soldi sono destinati alla scuola? Quale uso si farà del denaro che pioverà (se pioverà) sulla scuola italiana?
Ammettiamo pure che ci sia urgente bisogno di ristrutturare edifici, di abbellirli, di dotarli di laboratori nuovi e di palestre, ma pensate veramente che si risolverà il problema della scuola, che è strutturale, interno al sistema e perciò educativo, in primo luogo?
Parlando in generale, oggi viviamo una 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 senza precedenti del discorso 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 e noi operatori della scuola misuriamo ogni giorno il rischio della sua totale 𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. La scuola sta diventando un'istituzione 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚̀, soprattutto ora, in tempo di pandemia, soppiantata nella sua 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 dai miracoli del computer, di fronte ai quali i suoi insegnanti vengono deprivati in molti casi della loro autonomia e dell’efficacia comunicativa. In questi giorni la scuola è sulla bocca di tutti i politici, è nell’agenda politica del governo fra le priorità, e questo è nobile e necessario. Tuttavia, qualsivoglia progetto politico di riforma che non tocchi il cuore della questione non è da considerarsi in nessun modo una riforma. 𝐒𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞, 𝐬𝐞 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐫𝐜𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚.
Quante volte abbiamo sentito dire che se non fosse per i pochi insegnanti veramente motivati la scuola sarebbe andata a picco da tempo! Essa si regge sulle spalle degli 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐢, di quelli che nel groviglio della burocrazia, nel discredito sociale ed economico tengono fede al 𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 preparando alla vita e al lavoro le giovani generazioni. Eppure, tutto il dibattito verte piuttosto sui cambiamenti strutturali e organizzativi, sui nuovi obiettivi formativi, come alternanza scuola-lavoro, digitalizzazione a tutti i livelli, snellimento delle procedure burocratiche, ecc. ecc. Tutte cose buone e giuste, per carità!... Poi è da vedere se la teoria si tradurrà in pratica. Ma intanto, 𝐢𝐧 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐛𝐚𝐭𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐬𝐢 𝐞𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞 𝐮𝐧 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 (𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞) 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Mi chiedo: non è forse necessario che sulla base delle nuove esigenze formative si costruisca un nuovo modello d'insegnante che sappia presentare l'innovazione, essere affidabile, credibile, in grado di fare acquisire alle nuove generazioni una disciplina intellettuale? È ancora possibile ignorare la centralità della figura dell'insegnante, pretendere di creare una scuola su basi nuove, senza modificarne lo stile educativo?
Nessuno ignora che un bravo insegnante e uno stile adeguato d'insegnamento rappresentano le molle più potenti per lo sviluppo della motivazione all'apprendimento, ciononostante la formazione adeguata per il futuro insegnante stenta ad essere definita nelle sue caratteristiche. La situazione, oggi, vede l'insegnante o martire votato al supplizio inferto quotidianamente da ragazzi ipercinetici e svogliati, oppure relegato a terminale passivo del "villaggio globale". Con questo non voglio dire che non ci siano stati tentativi di delineare il profilo del nuovo insegnante, anzi, da più parti si elencano innumerevoli requisiti e competenze ascrivibili alla figura del docente, ma nessuno finora ha parlato chiaramente di cultura. 𝐂𝐡𝐢, 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥'𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐭𝐨, 𝐬𝐚 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐞, 𝐬𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐫𝐫𝐞 𝐥'𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐫𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐟𝐟𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐢 𝐧𝐮𝐜𝐥𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐢𝐩𝐥𝐢𝐧𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐨𝐢 𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐬𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨, 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞, 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞? Come non parlare di cultura, di una didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri, le cose, il mondo? È l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al mondo e a ciò che va oltre il contingente.
“𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞; 𝐝𝐢𝐫𝐨̀ 𝐚𝐝𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬'𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐚 𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞: 𝐬'𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐞̀”, come diceva quel Jean Jaurés, filosofo e politico francese.
Tutto questo, che si chiama 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚, rende pressoché inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo.
La stessa pedagogia non serve a formare gli insegnanti, e da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. E “𝐥'𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐚𝐝𝐞𝐠𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐩𝐨𝐥𝐨. Il cimento è vario, nuovo ogni volta, imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; mutano gli alunni, muta lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca”. “Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che regole! 𝐋𝐚 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐞𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐞̀ 𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐚̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐚, non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia essere figlio, padre, cittadino. Ecco perché 𝐬𝐢 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐞𝐩𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐫𝐢𝐳𝐳𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐢. Per educare l'uomo all'umanità si dovrebbe insegnare l'essenziale, in una scuola di cultura. Ora, è pur vero che la nostra società attuale è molto complessa e che le materie di studio sono ben più di una decina, ma è proprio tale complessità che induce a un ripensamento non tanto dell'ordinamento degli studi, quanto piuttosto alla determinazione degli elementi in eterno necessari alla cultura.” Così direbbe oggi G. Lombardo-Radice.
Secondario rispetto alla cultura dell’insegnante è persino il problema del ruolo che le nuove tecnologie dovrebbero avere nella scuola, perché è chiaro che il computer non è quella sorta di panacea in virtù della quale vengono risolti tutti i problemi dell'apprendimento, anzi si è ormai consapevoli che quest'aggiunta imponente alla cultura non fa che aggravare la situazione. 𝐍𝐞́ 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐧𝐞́ 𝐦𝐚𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐦𝐚 𝐩𝐢𝐮𝐭𝐭𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐫𝐧𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨; l'intelligenza umana non potrà mai misurarsi dalla rapidità di una risposta, né dalla quantità delle informazioni. "𝐈𝐥 𝐬𝐨𝐦𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚", 𝐝𝐢𝐜𝐞𝐯𝐚 𝐅. 𝐃𝐞 𝐒𝐚𝐧𝐜𝐭𝐢𝐬, "𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐛𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨. 𝐋𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢, 𝐞 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞. 𝐋𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚”.