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OLTRE LA PANDEMIA

QUALI ORIZZONTI PER LA SCUOLA ITALIANA?

di Rossana Cetta, consigliere nazionale "Adesso"

20-03-2021

Finita la campagna vaccinale la pandemia passerà, almeno si spera. Per la scuola, però, se non si profila un progetto di rinnovamento in grado di liberarla dalle pastoie in cui è avviluppata, tornare allo status quo ante significherebbe sprofondare di nuovo nei suoi mille problemi mai risolti.
Intanto, se i miliardi del Recovery plan non verranno impiegati per incrementare gli organici, ci ritroveremo in classi sovraffollate, con aule insufficienti, in plessi scolastici frazionati e distanti chilometri dalla sede principale, per cui il Dirigente scolastico, che li deve presidiare con frequenza, non avrà il polso delle specifiche situazioni territoriali e scolastiche. Questi secondo me dovrebbero essere i primissimi nodi da sciogliere.
Se il nuovo Ministro conosce la realtà delle scuole italiane, non può ignorare che le ultime “riforme” della scuola l’hanno affossata in nome della famigerata Spending review, non meno della Sanità, che versa in condizioni analoghe. Pensiamo, tanto per dirne una, all’aggregazione in un’unica struttura funzionale delle scuole dell’infanzia, elementari e medie di un medesimo territorio oppure al frazionamento di un’istituzione scolastica in 6, 7 o anche più plessi diversissimi fra loro e collocati anche a chilometri di distanza. In virtù della Legge 15 luglio 2011, n. 111 sono state soppresse le istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti comprensivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole.
Questo provvedimento, smaccatamente finanziario, ha radicalmente cambiato la geografia della scuola italiana, con conseguenze nefaste. In questa nuova veste la scuola ha perso pezzi fondamentali della propria identità e della specifica organizzazione distinta per tipologia d’indirizzo. Basti pensare che un DS si deve occupare di mille e più alunni e di altrettante famiglie, deve coordinare un centinaio di docenti che nemmeno si conoscono fra loro e presenziare con frequenza i diversi plessi saltando da una realtà all’altra. Non si può accettare che il DS non sia più un leader educativo, ma solo un manager lontano dalle problematiche propriamente scolastiche.
La scuola ci ha rimesso in qualità ed efficacia, e se va ancora avanti è solo per inerzia e per la buona volontà di tanti docenti che credono ancora nel lavoro che svolgono, e lo fanno sulla base delle loro esperienze acquisite. Io non sento parlare di aggiustamenti dei guasti fatti finora da ministri di destra e di sinistra, né tantomeno di ristrutturazione edilizia, di ammodernamento di strutture, di impianti di aerazione di ultima generazione, di sicurezza garantita nelle scuole, di palestre, di laboratori, di personale socio-sanitario da allocare nelle scuole.
Se vogliamo allinearci con l’Europa, guardiamo alla Francia, che in piena pandemia non ha mai chiuso le scuole, chiediamoci il perché, scopriremo che siamo lontani anni luce da un’idea di scuola come volano di un reale sviluppo economico. Oppure guardiamo alla Finlandia, dove un Dirigente scolastico non può avere in una scuola più di 500 alunni e la scuola è vista come una vera comunità dove ognuno si sente a proprio agio e i docenti hanno piena autonomia nel pianificare la propria attività utilizzando mezzi e strumenti liberamente scelti.
Insomma, la scuola in Italia deve essere ripensata radicalmente, non possiamo permetterci di sprecare le risorse stanziate dall’Europa con interventi che siano solo di facciata!