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José Saramago

IL VANGELO SECONDO GESU’ CRISTO

Recensione di Elsa Flacco

18-04-2021

Saramago è un autore molto letto e anche molto contestato, per il suo modo inconsueto e potente di raccontare storie che in qualche modo ci riguardano. Portoghese, nato nel 1922, perseguitato durante la dittatura di Salazar, premio Nobel per la Letteratura nel 1998, morto nel 2010; celebre per romanzi come Cecità, Memoriale del convento, Le intermittenze della morte e, appunto, Il Vangelo secondo Gesù Cristo.
Pubblicato nel 1991, in Italia nel 1995, al suo uscire suscitò l’immediata ostilità della Chiesa e del mondo cattolico, che considerò provocatorio e dissacrante il suo approccio a quella che per un credente è una storia sacra, definizione che può apparire, e in una certa misura è, un ossimoro. Dichiaratamente ateo, Saramago affronta la storia di Gesù di Nazaret secondo un’ottica integralmente umana, pur accettando nella sua narrazione elementi che travalicano la dimensione terrena per presentarci gli episodi evangelici filtrati da una sensibilità ferita e tragica, focalizzando il racconto sul protagonista, suo malgrado, di una vicenda a tratti paradossale e cupamente grottesca.
Per ricostruire la breve esistenza di Gesù, l’autore utilizza come fonti principali i Vangeli cosiddetti “apocrifi”, respinti dal canone ecclesiastico per evidenti contrasti con la vulgata paolina: concepito in un normale rapporto coniugale, primogenito di nove figli di Maria e Giuseppe, nato a Betlemme in circostanze segnate dalla tragica strage di bambini ordinata da Erode ma foriera di rimorsi e disgrazia per Giuseppe e lo stesso protagonista, Gesù attraversa un’adolescenza segnata dalla tragica morte del padre, dall’incontro col misterioso Pastore e con un’entità che gli si presenta come Dio, il suo vero padre, che gli preannuncia un destino doloroso e necessario non tanto a un’ipotetica salvezza dell’umanità, quanto alla smania di grandezza e di potenza del Creatore. Costretto suo malgrado a sobbarcarsi il fardello di un incarico gravoso e sgradito, il giovane Gesù incontra la prostituta Maria di Magdala, che si innamora perdutamente di lui seguendolo nel suo girovagare inquieto tra le comunità di pescatori della Galilea, prigioniero del suo potere di garantire pesche miracolose, di tramutare l’acqua in vino, di moltiplicare pani e pesci e poi via via di guarire storpi e infermi, mentre si consuma la rottura irrimediabile con Maria sua madre e i numerosi fratelli e la sua fama, non richiesta e non voluta, finisce con l’impattare rovinosamente con i potenti sacerdoti del Tempio. Mentre si consuma il poco tempo che gli resta, dopo un surreale nuovo incontro con Dio nelle vesti di un ricco ebreo, che lo trattiene per quaranta giorni insieme al redivivo Pastore su una barchetta immersa nella nebbia impenetrabile sul Giordano, tra l’incontro con Giovanni il Battista e i parenti della Maddalena a Betania, Gesù si trova a dover gestire meglio che può il suo ruolo di vittima innocente e predestinata di un Dio capriccioso e incomprensibile, cinico e indifferente alla sofferenza degli uomini, contro il quale qualsiasi rivolta risulta impotente e velleitaria.
Il romanzo precipita rapidamente nel finale in poche pagine, ed è questo un elemento che colpisce il lettore, la sproporzione in un certo senso tra lo spazio dedicato alla nascita, al destino tragico e beffardo toccato al padre Giuseppe, all’infanzia, adolescenza e prima giovinezza del protagonista, fino all’incontro con Maria di Magdala e con i pescatori Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, ai primi miracoli, al secondo incontro con Dio, e le scarse residue pagine in cui si consuma quella “passione” che per un cristiano è il nocciolo della vicenda terrena del figlio di Dio.
Tutto il romanzo è costruito con la volontà di spiazzare il credente dogmatico distruggendogli ogni certezza, da quelle classiche sulla verginità della Madonna e la castità di Gesù, passando per la bontà infinita di Dio Padre e la corresponsabilità decisionale nel ruolo del Figlio della vicenda che tante volte ci è stata raccontata nelle nostre storie di catechizzati, per chi è passato attraverso un’educazione cattolica. La trovata geniale di Saramago, a livello di invenzione, è la coesistenza tra dimensione trascendente e negazione sistematica e ostinata delle verità di fede: la sua operazione non è quella semplice e anche banale di ricondurre la storia di Gesù a una vicenda puramente terrena e materiale, ma interpretare il suo destino di agnello sacrificale attraverso un’allegoria che combina una severa riflessione sulla colpa che tutti coinvolge con la cieca spietatezza di un destino che non si piega ad alcun senso, e in questo consiste la vera tragedia della condizione umana.
Tutto questo groviglio di significati riesce a incarnarsi, per usare una metafora attinente, in una serie di episodi che si configurano come parabole di un’esistenza tutt’altro che prona alla volontà di un Padre indifferente e insofferente ai tentativi di protesta contro il già deciso. Lo stile è quello inconfondibile dei periodi interminabili, i dialoghi senza virgolette e le domande senza punti interrogativi, i serrati botta e risposta senza soluzione e pacificazione: alla fine restano l’amarezza per l’ingiustizia, la compassione e l’amore per un uomo simbolo di una condizione condivisa e la sensazione di aver riattraversato una storia nota con nuovi occhi, più aderenti alla nostra sensibilità e ai nostri dubbi.