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Emilio Lussu

La ricostruzione dello stato

recensione di Franz Di Maggio, coordinatore politico nazionale "Adesso"

28-03-2021

LA STORIA E LA MEMORIA INSEGNANO, MA QUANTI LA PRATICANO?

Quaderno scritto per il “Partito d’Azione”, questo pamphlet del 1943 è ancora attualissimo in alcune sue parti, specie se si legge con una visione diacronica, essendo questo il momento in cui si dovrebbe pensare, come dopo il fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, alla “ricostruzione dello Stato”.
Divido quindi questa recensione – essendo questo pamphlet fondamentale per la discussione nel successivo congresso di Cosenza del 1944 – in due parti, una sincronica e una diacronica.
Quella sincronica, la visione che all’epoca conduceva Lussu e gli altri fuoriusciti di area socialista a vedere una via di uscita dal fascismo attraverso l’insurrezione popolare e la presa di potere da parte del proletariato (in primis gli operai delle grandi fabbriche), con la conseguente affermazione di un sistema socialista in Italia. Sogno e speranza che si infransero sul muro dell’influenza atlantica, in particolare con l’intervento americano nel sud del Paese, nonché con l’affermazione di un vasto consenso dell’area democristiana e, seppure in parte minore, repubblicana, liberale e socialdemocratica (queste ultime presenti nel “Partito d’Azione” che genererà tutti i partiti dell’area liberal-democratica-socialista). All’epoca, ragionando appunto sincronicamente, il sogno era alimentato dalla spinta necessaria alla reazione al fascismo imprescindibile da un vasto movimento di massa nell’area proletaria. Ma con molto più realismo Carlo Rosselli, Ugo La Malfa e altri dell’area antifascista liberal-repubblicana compresero che non si poteva escludere da questo “nuovo ordine” dell’Italia liberata la piccola borghesia formata da commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, agricoltori che non potevano certo sposare le tesi del “socialismo reale”.
La visione diacronica parte dall’ antico amore di Lussu, quello per l’autonomia e il federalismo. Una visione maturata durante il suo “periodo sull’Altopiano”, capitano della gloriosa Brigata Sassari, nella prima guerra mondiale. La Brigata Sassari era costituita (fatto unico nell’Italia dell’epoca) da soli sardi, in gran parte contadini e pastori. Discutendo con loro e condividendo la soluzione alle problematiche locali, uniche in una regione-isola rispetto al resto d’Italia (insieme alla Sicilia, ma con fortissime differenze), Lussu matura quel progetto che lo porterà nell’aprile del 1921 a fondare il Partito Sardo d’Azione. Sul federalismo italiano scrive in questo pamphlet note che voglio riportare, perché sembrano scritte oggi e a proposito della “ricostruzione” post covid. Lussu non era un profeta, nemmeno un eroe. Un politico lungimirante che fece della lealtà il suo vessillo, dell’amore per la sua terra un segno distintivo; della visione di un futuro possibile che parta dai territori fu il primo vero ideologo.
Scrive Emilio Lussu nel 1943: “La ricostruzione dello stato e del paese porrà una vastità di problemi: fra i primi quello dei quadri. Si tratterà di creare di tutto, in ogni settore: del lavoro, dell’economia, della finanza, dell’amministrazione, della cultura. E in ogni settore ha posto una competenza. Anche per i sostenitori tradizionali dello stato italiano centralizzato, la questione delle direzioni locali si presenterà insopprimibile. Non è dal centro, ma dalla periferia, dai comuni, dalle regioni, dalle organizzazioni del lavoro che sorgeranno le difficoltà che reclamano soluzioni immediate. La soluzione è sul posto. La realtà, ben più che la dottrina, spingerà verso il federalismo. La dottrina ci dice solo che il fascismo ha origine nella centralizzazione dello stato monarchico, che l’Unità di Italia ha piemontesizzato, così come il fascismo tedesco è nato dall’avidità di potenza di una Germania prussianizzata. La dottrina ci dice che la rivoluzione francese si è istallata nello stato assolutistico di Luigi XIV, come quella russa nel totalitarismo dello stato autocratico. La dottrina ci dice che, per passare dall’impero alla repubblica e per rende più difficile un colpo di stato asburgico, la piccola Austria si organizzò in province federali, e che lo stato, così formato, ha potuto, in condizioni che nessun altro paese ha conosciuto peggiori, resistere non un giorno ma anni.
L’Italia di centro politico virtuale non aveva che Roma. Presa Roma, il fascismo pur ancora inviso al popolo dal Veneto alla Sicilia, si è considerato definitivamente trionfante.
Noi non possiamo ricostruire quell’Italia."
La costituzione di uno stato federale esige una coscienza generale federalista: altrimenti si costruisce sulla sabbia. Esige una tale coscienza nazionale per cui le regioni si considerino baluardo dell’unità nazionale. Se noi abbiamo questa coscienza nazionale, non del federalismo dobbiamo preoccuparci, ma del centralismo. Bisogna che risorga, ricca e multiforme, la vita locale, e interessi sul posto tutti, compresi quei milioni di candidati alla bassa burocrazia e ai piccoli servizi mercenari che il mezzogiorno e le isole allevano come parassiti del paese, e che le province scompaiano così come i prefetti sicché non si senta più parlar di questi centri fittizi di potere e corruttori di vita locale. E che si sfolli Roma, diventata una città pletorica, di pretoriani e postulanti.
La preoccupazione, che in taluni arriva fino allo sgomento, che lo stato federale sarebbe privo di autorità è degna di un commissario di pubblica sicurezza.
L’autorità dello stato democratico non deriva già dalle cariche di polizia, ma dalla coscienza che ogni cittadino ha di essere partecipe della vita dello stato. Nello stato federale, il potere centrale coordina, influenza e dirige, governa, non domina. Lo stato federale non salva obbligatoriamente una democrazia dalla corruzione, ma le dà più centri essenziali di vita”.