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Natalia Ginzburg

Le piccole virtù

recensione di Elsa Flacco

14-03-2021

𝐍𝐚𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐋𝐞𝐯𝐢 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠 è una scrittrice che amo, pur non conoscendo tutto di lei. Il suo libro più famoso, 𝙇𝙚𝙨𝙨𝙞𝙘𝙤 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙖𝙧𝙚, lo ripercorro spesso, essendo una di quelle letture che ti fanno compagnia nella vita, che è bello riassaporare in certi passaggi, espressioni, scene, che risultano ancora più godibili se abbiamo vicino a noi un altro lettore con cui condividere la riemersione di quelle frasi e di quelle immagini. Ecco che mi sta succedendo ancora, di imitare maldestramente lo stile dello scrittore di cui sto discorrendo, in questo caso il fraseggiare apparentemente dimesso e colloquiale della Ginzburg.
Come 𝙇𝙚𝙨𝙨𝙞𝙘𝙤 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙖𝙧𝙚 è un libro di memorie, non un romanzo vero e proprio, così 𝙇𝙚 𝙥𝙞𝙘𝙘𝙤𝙡𝙚 𝙫𝙞𝙧𝙩ù sono una raccolta di prose riflessive e memoriali, più che di racconti. È nella natura di Ginzburg scrittrice mettere un quid di intimo e nostalgico in ogni pagina: ma la sua cifra caratteristica è l’assoluta estraneità a qualsivoglia retorica o compiacimento sentimentale, ed è in questo suo naturale atteggiamento che risiede parte del fascino esercitato dai suoi scritti. Per me che solitamente trovo irritanti i libri di ricordi familiari, quelli di Natalia possiedono una grazia ingenua mista a una consapevolezza che non si fa mai amara, ma trasmette una lucida, spesso arguta, umanità.
Il titolo della raccolta, pubblicata nel 1962, un anno prima del testo più celebre, è preso dall’ultima prosa, una riflessione, solo apparentemente moraleggiante, sull’educazione dei figli: una noia, detta così, che si risolve invece in una sommessa polemica contro la pigra indulgenza di chi si sottrae alla responsabilità di deludere, preferendo compiacere, o rovescia le proprie ambizioni irrisolte sui pargoli caricandoli di aspettative frustranti: “𝘈𝘭 𝘳𝘦𝘯𝘥𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘰𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪, 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘤𝘩𝘦 è 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘧𝘰𝘯𝘥𝘢𝘵𝘢. 𝘌 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 è 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘳𝘵ù 𝘥𝘦𝘭 𝘴𝘶𝘤𝘤𝘦𝘴𝘴𝘰. 𝘋𝘰𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘳𝘤𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘴𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘦𝘵𝘳𝘰 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘧𝘢𝘤𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘣𝘰𝘤𝘤𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘴𝘢𝘮𝘪; 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰; 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘥𝘢 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘤𝘤𝘦𝘴𝘴𝘰, 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘰𝘥𝘥𝘪𝘴𝘧𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘢𝘭 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘰𝘳𝘨𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰. […] 𝘐𝘯 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘵à 𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘥𝘰𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘧𝘪𝘯 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘯𝘤𝘪𝘱𝘪𝘰, 𝘱𝘦𝘳 𝘶𝘯 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘰, 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘣𝘢𝘵𝘵𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘥𝘢 𝘢𝘧𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘰, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘪; 𝘧𝘪𝘯 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘯𝘤𝘪𝘱𝘪𝘰 𝘥𝘰𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 è 𝘶𝘯 𝘴𝘶𝘰 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘰 𝘥𝘪 𝘣𝘢𝘵𝘵𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢, 𝘥𝘰𝘷𝘦 𝘯𝘰𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘥𝘢𝘳𝘨𝘭𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘯 𝘴𝘰𝘤𝘤𝘰𝘳𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘪𝘳𝘳𝘪𝘴𝘰𝘳𝘪𝘰”.
Ma i toni e i temi di queste “piccole virtù” della scrittura sono i più vari, accomunati solo dal temperamento e dallo stile dell’autrice, che li soffonde della luce tenue e vaporosa del suo modo di essere. Veniamo a un altro tasto del suo strumento letterario, quella fine tenera arguzia che ne costituisce una delle attrattive più irresistibili: 𝙇𝙪𝙞 𝙚 𝙞𝙤, dedicato al secondo marito, il critico letterario 𝐆𝐚𝐛𝐫𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐁𝐚𝐥𝐝𝐢𝐧𝐢, sposato nel 1950, è un inno delizioso, a tratti esilarante, all’affetto coniugale, cementato da una complicità sottesa ai continui battibecchi e ripicche che movimentano il ménage quotidiano: “𝘓𝘶𝘪 𝘩𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘰; 𝘪𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰. 𝘋’𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦, 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 è 𝘷𝘦𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘨𝘳𝘢𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢. 𝘚𝘪 𝘴𝘥𝘦𝘨𝘯𝘢 𝘴𝘦 𝘷𝘦𝘥𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘮’𝘪𝘯𝘧𝘪𝘭𝘰, 𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘳𝘢, 𝘶𝘯 𝘨𝘰𝘭𝘧. 𝘓𝘶𝘪 𝘴𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘦 𝘭𝘪𝘯𝘨𝘶𝘦; 𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘯𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘰 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘯𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘢. 𝘓𝘶𝘪 𝘳𝘪𝘦𝘴𝘤𝘦 𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦, 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘶𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰, 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘭𝘪𝘯𝘨𝘶𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘢. 𝘓𝘶𝘪 𝘩𝘢 𝘶𝘯 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘪𝘰 𝘯𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘰. 𝘕𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘪𝘵𝘵à 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘦, 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘶𝘯 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰, 𝘭𝘶𝘪 𝘴𝘪 𝘮𝘶𝘰𝘷𝘦 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘧𝘢𝘭𝘭𝘢. 𝘐𝘰 𝘮𝘪 𝘴𝘱𝘦𝘳𝘥𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵à”. E dopo una rassegna irresistibile di situazioni comiche e sognanti, la conclusione vira su accenti di commosso umorismo, nel ricordare il loro primo incontro, quattro anni prima dell’innamoramento: “𝘚𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘷𝘪𝘢 𝘕𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦, 𝘥𝘪𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘪𝘰 𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘯𝘶𝘭𝘭𝘢”, bilanciando con questa debolezza di lui le distratte imbranataggini di lei.
C’è poi il bellissimo 𝙍𝙞𝙩𝙧𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙪𝙣 𝙖𝙢𝙞𝙘𝙤, ricordo scevro di retorica di Cesare Pavese, suicida qualche anno prima: possiamo leggere su di lui le più documentate biografie, ma nella mente ci resterà “𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘢𝘭𝘵𝘢 𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘢𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘱𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘳𝘰 𝘢 𝘮𝘢𝘳𝘵𝘪𝘯𝘨𝘢𝘭𝘢, 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘯𝘢𝘴𝘤𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘣𝘢𝘷𝘦𝘳𝘰, 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘱𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘢𝘭𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘶𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪. 𝘓’𝘢𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘮𝘪𝘴𝘶𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵à 𝘤𝘰𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘰, 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘥𝘰 𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘰; 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘯𝘵𝘢𝘯𝘢𝘷𝘢 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘢𝘧𝘧è 𝘱𝘪ù 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘧𝘶𝘮𝘰𝘴𝘪, 𝘴𝘪 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘷𝘦𝘭𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘱𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘱𝘦𝘭𝘭𝘰, 𝘮𝘢 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘷𝘢 𝘣𝘶𝘵𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘵𝘵𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘣𝘳𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘴𝘤𝘪𝘢𝘳𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢; 𝘴𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘰𝘳𝘤𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢𝘷𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘵𝘢 𝘭𝘦 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘩𝘦 𝘤𝘪𝘰𝘤𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘪, 𝘦 𝘱𝘰𝘪 𝘴𝘪 𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘯𝘢𝘷𝘢 𝘢𝘭𝘭’𝘪𝘮𝘱𝘳𝘰𝘷𝘷𝘪𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘮𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘧𝘶𝘭𝘮𝘪𝘯𝘦𝘢”. E l’immagine della sua morte solitaria, nell’afa d’estate: “𝘕𝘰𝘯 𝘤’𝘦𝘳𝘢 𝘯𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘪. 𝘚𝘤𝘦𝘭𝘴𝘦, 𝘱𝘦𝘳 𝘮𝘰𝘳𝘪𝘳𝘦, 𝘶𝘯 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘵𝘰𝘳𝘳𝘪𝘥𝘰 𝘢𝘨𝘰𝘴𝘵𝘰; 𝘦 𝘴𝘤𝘦𝘭𝘴𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥’𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘣𝘦𝘳𝘨𝘰 𝘯𝘦𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦: 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘰𝘳𝘪𝘳𝘦, 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵à 𝘤𝘩𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦𝘯𝘦𝘷𝘢, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘦𝘳𝘰”.
Ma se dovessi indicare dove risiede l’essenza di questo libro prezioso e fragile, non avrei dubbi.
𝙄𝙣𝙫𝙚𝙧𝙣𝙤 𝙞𝙣 𝘼𝙗𝙧𝙪𝙯𝙯𝙤 è il primo e più antico racconto, scritto nel 1945; un racconto pieno di struggente nostalgia, di una tenerezza sorridente che pervade ogni parola, ogni immagine. Rievoca gli anni del confino a Pizzoli con il marito Leone, antifascista ed ebreo perseguitato, e i loro due (poi tre) bambini. Gli inverni interminabili trascorsi tra la gente del paese, parte di quel mondo atavico fatto di donne che si rassomigliano, quasi tutte con la bocca sdentata: “𝘓𝘢𝘨𝘨𝘪ù 𝘭𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘰𝘯𝘰 𝘪 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘢 𝘵𝘳𝘦𝘯𝘵’𝘢𝘯𝘯𝘪, 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘦 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘦 𝘪𝘭 𝘯𝘶𝘵𝘳𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘢𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰, 𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘱𝘢𝘻𝘻𝘪 𝘥𝘦𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘢𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘴𝘶𝘴𝘴𝘦𝘨𝘶𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘵𝘳𝘦𝘨𝘶𝘢. 𝘔𝘢 𝘱𝘰𝘪 𝘢 𝘱𝘰𝘤𝘰 𝘢 𝘱𝘰𝘤𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢𝘪 𝘢 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘪𝘯𝘨𝘶𝘦𝘳𝘦 𝘝𝘪𝘯𝘤𝘦𝘯𝘻𝘪𝘯𝘢 𝘥𝘢 𝘚𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘯𝘢, 𝘈𝘯𝘯𝘶𝘯𝘻𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘢 𝘈𝘥𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘢𝘵𝘢, 𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢𝘪 𝘢 𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘢 𝘦 𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘥𝘢𝘳𝘮𝘪 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘧𝘶𝘰𝘤𝘩𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪”. “𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘷𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢𝘷𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦, 𝘶𝘯𝘢 𝘭𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘵𝘳𝘪𝘴𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘴’𝘪𝘮𝘱𝘢𝘥𝘳𝘰𝘯𝘪𝘷𝘢 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘪. 𝘌𝘳𝘢 𝘶𝘯 𝘦𝘴𝘪𝘭𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰: 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵à 𝘦𝘳𝘢 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘢 𝘦 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘪 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘪 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘪, 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘮𝘪𝘤𝘪, 𝘭𝘦 𝘷𝘪𝘤𝘦𝘯𝘥𝘦 𝘷𝘢𝘳𝘪𝘦 𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘦𝘷𝘰𝘭𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢”. Impariamo a conoscere Domenico Orecchia il falegname, Rosa la bidella, la giovanissima domestica Crocetta, il negoziante Girò, che “𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘨𝘶𝘧𝘰, 𝘦 𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘳𝘰𝘵𝘰𝘯𝘥𝘪 𝘦 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘧𝘪𝘴𝘴𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢”. “𝘖𝘨𝘯𝘪 𝘮𝘢𝘵𝘵𝘪𝘯𝘢 𝘶𝘴𝘤𝘪𝘷𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘪 𝘮𝘪𝘦𝘪 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪 𝘦 𝘭𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘶𝘱𝘪𝘷𝘢 𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘢𝘱𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢𝘷𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘰 𝘭𝘪 𝘦𝘴𝘱𝘰𝘯𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘢𝘭 𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰 𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘷𝘦. - 𝘊𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘦 𝘤𝘳𝘦𝘢𝘵𝘶𝘳𝘦? – 𝘥𝘪𝘤𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 – 𝘕𝘰𝘯 è 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢𝘳𝘦, 𝘴𝘪𝘨𝘯ò. 𝘛𝘰𝘳𝘯𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢 – 𝘊𝘢𝘮𝘮𝘪𝘯𝘢𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘢 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘢𝘨𝘯𝘢 𝘣𝘪𝘢𝘯𝘤𝘢 𝘦 𝘥𝘦𝘴𝘦𝘳𝘵𝘢, 𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘢𝘷𝘰 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘪 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘱𝘪𝘦𝘵à”.
Passano i mesi, gli anni, i geli e i disgeli. Leone entra nella Resistenza dopo l’otto settembre, ma la Liberazione non la vedrà mai: morirà nel carcere di Regina Coeli per le torture dei nazifascisti. “𝘋𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭’𝘰𝘳𝘳𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘢, 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘯𝘨𝘰𝘴𝘤𝘪𝘰𝘴𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘦𝘳𝘯𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘤𝘦𝘥𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦, 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘦𝘥𝘰 𝘴𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 è 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘥𝘶𝘵𝘰 𝘢 𝘯𝘰𝘪, 𝘢 𝘯𝘰𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘳𝘢𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘳𝘢𝘯𝘤𝘪 𝘥𝘢 𝘎𝘪𝘳ò 𝘦 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘢 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘷𝘦. 𝘈𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘪𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘰 𝘧𝘦𝘥𝘦 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘪𝘳𝘦 𝘧𝘢𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘦 𝘭𝘪𝘦𝘵𝘰, 𝘳𝘪𝘤𝘤𝘰 𝘥𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘨𝘢𝘵𝘪, 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘱𝘦𝘳𝘪𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪 𝘪𝘮𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦. 𝘔𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘪𝘭 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘢𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘮’è 𝘴𝘧𝘶𝘨𝘨𝘪𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦, 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘢𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘭𝘰 𝘴𝘰”. In questa conclusione così amara e lucida, così consapevole ma non rassegnata, in questa lingua semplice e terragna, uniforme e sommessa, si intravede in nuce la futura autrice di uno dei libri più amati del nostro Novecento letterario.