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Antonio Scurati

M. L'uomo della provvidenza

recensione di Elsa Flacco

21-03-2021

𝐌. 𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐓𝐑𝐎𝐄𝐏𝐎𝐏𝐄𝐀 𝐃𝐈 𝐔𝐍 𝐓𝐈𝐑𝐀𝐍𝐍𝐎
Forse non è corretto imperniare un invito alla lettura sulla confutazione delle critiche ricevute da un romanzo, progettato per svilupparsi in una trilogia (o forse una quadrilogia, non è ancora chiaro). Andrebbero piuttosto sottolineati ed esaltati i punti di forza, se si vuole invogliare ad aprirlo. Eppure credo che nel caso di 𝐌 di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐒𝐜𝐮𝐫𝐚𝐭𝐢 si possa fare un’eccezione, considerata la natura e la portata dell’operazione. Operazione ambiziosissima, che va a toccare un nervo scoperto e sensibile della nostra storia nazionale. Una figura, più che un argomento, che dopo quasi un secolo non cessa di provocare reazioni di pancia, più che di pensiero. Istintive, sicuramente appassionate, in un senso o nell’altro. E personalmente non sono affatto esente da tale coinvolgimento emotivo.
Quando uscì il primo 𝙈. 𝙄𝙡 𝙛𝙞𝙜𝙡𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡 𝙨𝙚𝙘𝙤𝙡𝙤, nel 2019, non lo lessi subito. Ci arrivai dopo qualche mese, incuriosita soprattutto dalle recensioni negative, provenienti anche da intellettuali illustri. Si criticavano, da vari pulpiti, l’esattezza storica, la valutazione del personaggio, la resa romanzesca, con argomentazioni articolate. Vorrei qui tentare di spiegare perché, dall’ottica del mio ristretto orizzonte di lettrice appassionata di romanzi storici e anche, si parva licet, di scrittrice, questo romanzo, che nel frattempo ha raddoppiato con il secondo volume, 𝙇’𝙪𝙤𝙢𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙫𝙫𝙞𝙙𝙚𝙣𝙯𝙖, esce a testa alta dal triplice fuoco di sbarramento delle autorevoli stroncature. Credo che in questo caso la confutazione dell’antitesi, che cioè sia un cattivo romanzo, riesca a fornire argomenti solidi a sostegno della tesi, che sia cioè un romanzo avvincente, storicamente fondato e documentato, e di lettura appassionante. Tocco brevemente, vista la natura di questo articolo, qualcuno dei rilievi via via mossi con l’intento di “bocciare” il romanzo-fiume di Scurati.
Partiamo dall’aspetto storico. Ricordo un puntiglioso intervento di Ernesto Galli della Loggia che individuava alcuni errori (una data, il titolo di “professore” attribuito a Croce e qualche altro) bastevoli a suo parere per dare un giudizio totalmente negativo sull’opera. Scurati rispose subito ammettendo gli errori, in parte dovuti a un editing approssimativo da parte di Bompiani, e dando appuntamento alle successive edizioni per emendarli. Immagino che nel secondo volume siano stati più attenti, autore ed editore, a non incorrere in simili sviste, attese spasmodicamente da schiere di stroncatori di professione. A 𝙇’𝙪𝙤𝙢𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙫𝙫𝙞𝙙𝙚𝙣𝙯𝙖 Scurati premette anzi una nota in cui rivendica il diritto di concedersi alcuni minimi scostamenti dalla esatta cronologia degli avvenimenti, come licenza narrativa. Ora, non voglio discutere la natura di tali imprecisioni, mi correggo, errori o scelte consapevoli che siano; dico solo che, a parte le inesattezze che vanno doverosamente esecrate, un romanzo, seppure storico, contiene per definizione un margine di arbitrarietà e di libertà che si concede per unanime consenso allo scrittore, e non va giudicato con lo stesso metro di giudizio che si riserva al saggio storico. Giusto far notare gli errori, biasimare la leggerezza nel non rilevarli, ma del tutto fuori luogo basare su tali critiche la valutazione complessiva di un romanzo monumentale, che alla fine si avvicinerà, nei suoi tre episodi, alle duemila pagine, minuziosamente documentate grazie a un lavoro pluriennale di ricerca e studio: ingeneroso, come minimo, giudicarlo sulla base di tre o quattro imprecisioni su un migliaio di pagine fitte di riferimenti puntuali. Verrebbe proprio da invitare il suddetto accademico a cimentarsi in un’operazione altrettanto ambiziosa e di vasto respiro: fare le pulci al lavoro altrui è occupazione di basso impegno e alta soddisfazione, ma non rende merito alla statura intellettuale dell’artefice di tale operazione, che appare in una veste gretta e astiosa, non vorremmo dire invidiosa del successo di pubblico di un romanziere affermato.
Passando alle critiche di carattere più propriamente letterario e stilistico, quelle che giungono dai fautori della letteratura pura, non mi sogno di entrare nel merito delle loro alte considerazioni, per il semplice fatto che non mi sembrano pertinenti alla tipologia del romanzo in questione. Non perché un romanzo storico non debba riservare la dovuta attenzione alla forma linguistica, ma appunto perché questa deve essere prioritariamente congrua all’obiettivo che l’autore si pone. Non ci troviamo di fronte a un raffinato esercizio stilistico, alla cura minuziosa del dettaglio, all’estenuante 𝘭𝘢𝘣𝘰𝘳 𝘭𝘪𝘮𝘢𝘦 del letterato autoreferenziale. Sarebbe miope valutare in tale ottica una monumentale ricostruzione storica, il resoconto fluviale di un’epoca, la ricostruzione dettagliata di una successione di episodi raccontati nella loro dimensione quotidiana, popolata di personaggi resi nelle loro caratteristiche fisiche, caratteriali, psicologiche restituite dalle fonti filtrate attraverso la sensibilità dello scrittore, impegnato a tratteggiare l’affresco di un’epoca e a ridonarci le atmosfere di quei tempi e di quei luoghi. Fuori luogo, dunque, appaiono i rilievi di chi vorrebbe una prosa cesellata in una narrazione che ha altre priorità, e sembra addirittura in qualche passaggio voler superare la barriera tra il genere romanzesco e quello saggistico, come nella trovata, utile per orientare il lettore, di presentare al termine di ogni capitolo i documenti originali usati per raccontare gli eventi romanzati.
Veniamo infine, 𝘭𝘢𝘴𝘵 𝘣𝘶𝘵 𝘯𝘰𝘵 𝘭𝘦𝘢𝘴𝘵, alla critica più insidiosa, quella politica, non dobbiamo avere paura di usare questa screditata parola. La mia diffidenza iniziale nell’approccio al libro dipendeva soprattutto da questo aspetto, dalla più o meno velata insinuazione che ci fosse una qualche simpatia o benevolenza nel tratteggiare il protagonista, seguito quasi quotidianamente nella sua ascesa pubblica e nella sua vita privata, attraverso rivalità, violenze, amicizie, amori, lotta spietata per il potere. Avevo letto addirittura di apprezzamento per il romanzo da parte di simpatizzanti del fascismo, che vi avevano scorto un equilibrio di giudizio e anche il riconoscimento di qualche merito al loro beniamino. E questo dal mio punto di vista poteva rappresentare un limite del testo, ma conoscendo l’autore ero abbastanza incredula sulla simpatia che Scurati poteva manifestare per la figura di Mussolini. Mi sono accinta alla lettura con curiosità e interesse, senza pregiudizi. Da lettrice, confesso che il libro mi ha preso dalle prime pagine. Lungi dall’essere un’arida cronaca, si rivelava un romanzo trascinante, equilibrato tra rigore storico e colore romanzesco, efficace nel restituire il clima, le immagini, le parole, i gesti, la fisionomia dei personaggi, il loro sentire più profondo, i moventi, i sentimenti, il temperamento degli attori di un dramma inesorabile di cui si conosce l’esito. Si tratta di un romanzo destinato al grande pubblico, una narrazione di qualità senza le fisime di avanguardia o prosa d’arte. Un limite? Dipende dai punti di vista; in ogni caso la tradizionale distinzione tra letteratura “alta” e “di consumo” è consumata a sua volta, e secondo molti non più proponibile.
Sul merito della contestazione, se vogliamo giocare a tifare pro o contro, mi dichiaro partigiana senza tentennamenti dell’autore, capace di dare vita a un mix miracolosamente equilibrato ed efficace di storia e romanzo, in cui a prendere vita sono soprattutto i personaggi: Margherita Sarfatti, Giacomo Matteotti, Augusto Turati, Giovanni Amendola, Rodolfo Graziani, ciascuno con la personalità immaginata e ricostruita dalla capacità di Scurati di sondare i moventi umani, la forza e le debolezze, il coraggio e la viltà, la meschinità e l’impulso generoso, il cinismo e la passione, senza nessuna indulgenza. A cominciare da lui, l’uomo del secolo o della Provvidenza, o della violenza, o della ambizione forsennata, o dell’abilità politica, restituito in un ritratto dinamico e ricco di chiaroscuri, senza semplificazioni. Non scorgo la minima simpatia verso il soggetto, interpretazione possibile solo a chi non ha letto il romanzo o vi si accosta con ottusa superficialità, come immagino la maggior parte di quelli che hanno ancora la sfrontatezza di dichiararsi fascisti; al contrario, concordo con il “New York Times” che lo ha definito "𝐔𝐧𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐧 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐳𝐨".
Leggiamo della rapida ascesa di un uomo privo di qualsiasi principio o fede politica, animato solo dall’ambizione di raggiungere il potere, che ottiene i suoi scopi sguinzagliando delinquenti e psicopatici che bastonano e ammazzano inermi socialisti, sindacalisti, attivisti politici, giornalisti, professionisti, colpevoli solo di non piegare la testa; che si circonda di criminali e di individui cinici e spietati a immagine e somiglianza del capo, con i pochi deboli oppositori che non riescono a organizzare la minima reazione contro l’arrembaggio alla nave parlamentare che affonda, con l’unica eroica eccezione di Giacomo Matteotti, il cui sacrificio riempie di rabbia e sconforto. E a seguire, nel secondo volume della saga, gli ultimi sussulti di un’opposizione sempre più debole, con i resistenti superstiti abbattuti a colpi di bastone, confino, galera e fucilate; la costruzione di una prigione sempre più soffocante per milioni di italiani che applaudono con soddisfatta ebetudine mentre i pochissimi consapevoli tentano improbabili attentati destinati al fallimento inglorioso, o si rifugiano nella clandestinità mentre le leggi fascistissime e liberticide distruggono quel po’ che rimane dell’antico Stato liberale, mentre le faide interne al partito si distinguono per miseria politica e morale e il gran capo rafforza il proprio potere personale costruito sulla distruzione di quanti si frappongono tra lui e l’obiettivo o semplicemente gli sono venuti a noia, compresi compagni e amanti di lungo corso: questo racconta 𝐌 di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐒𝐜𝐮𝐫𝐚𝐭𝐢. Senza dimenticare un’avventura coloniale che si risolve in crimini spaventosi contro popolazioni indifese, bombardate con armi chimiche, deportate in massa e oggetto di massacri che la storia patria ha a lungo rimossi.
E chi riesce a concepire un barlume di simpatia per il protagonista, solo perché viene presentato anche nei momenti privati, capace come tutti di moti di affetto verso i familiari, chi scorge una qualche condiscendenza da parte dell’autore di tale rappresentazione, deve avere una ben scarsa considerazione della natura umana, oltre a ideali politici e umani sconcertanti.