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Italo Calvino

MARCOVALDO, ovvero le stagioni in città

recensione di Elsa Flacco

13-06-2021

“In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale. Personaggio buffo e melanconico, Marcovaldo è il protagonista d’una serie di favole moderne”.
Nessuna definizione di questo libretto, piccolo solo per dimensione, può arrivare alla precisione semplice e nitida di questa breve presentazione del suo Autore. Calvino è uno scrittore che conosciamo e amiamo tutti, dalla tonalità e stile inconfondibili, tutti abbiamo letto Il barone rampante, Le cosmicomiche, Se una notte d’inverno un viaggiatore… ma forse questo Marcovaldo, ovvero le stagioni in città è stato negli anni dimenticato, o comunque un po’ trascurato, come se si trattasse di un Calvino minore. Ma un Calvino minore non esiste.
L’atteggiamento di meraviglia davanti al mondo, la capacità di notare le piccole cose e partire da loro per creare un universo di fantasia ironica e tenera, il linguaggio cristallino e insieme ricco di sfumature, mobilissimo e vivo e aderente ai personaggi e alle vicende rappresentate eppure così personale e inconfondibile, le storie immaginifiche e sorprendenti, sono tutte caratteristiche che rischiano di passare inosservate proprio per l’eccessiva popolarità, in un certo senso, dello scrittore. Cresciamo in compagnia di Calvino dalla scuola elementare (lasciatemi usare questo epiteto desueto che rimanda alla mia infanzia, così come questo piccolo libro che risale a questa epoca remota) fino al liceo e oltre, e non siamo più capaci di sorprenderci della sua immensità.
Marcovaldo è il protagonista di queste storielle urbane che si dipanano negli anni del boom economico e in quelli immediatamente precedenti, quando si passava dal periodo della ricostruzione postbellica alla rinascita e alla ripresa, che portavano con sé una serie di contraddizioni e di straniamenti, di disagi e di sradicamenti che sono qui raccontati con leggerezza e malinconia, ironia e tenerezza. La numerosa famiglia del manovale che non si rassegna a una vita appannata e frenetica nella grande città, sempre alla ricerca delle tracce della natura che inaspettatamente spuntano dal terreno o dal cielo, sul ciglio della strada o alla fermata del bus, si scavano un posticino nel nostro personale mondo popolato dei personaggi dei tanti libri che arricchiscono la nostra vita.
Queste storielle o novelle, come le chiama il loro Autore, si dipanano di stagione in stagione, di miseria in miseria ma anche di tentativo in tentativo di evadere dal grigiore alla ricerca dei colori perduti dei fiori, degli uccelli o del bosco. L’invito è di rileggerle con spirito nuovo, come se fosse la prima volta, accogliendo la meraviglia di queste trovate sempre sorprendenti, che da una pagina all’altra ci regalano la stupefazione di Marcovaldo e dei suoi bambini davanti alle foglie, a un fungo, ad animali immersi anche loro nella fuliggine urbana, a fiumi e alberi feriti dall’industrializzazione che avanza, nel disperato tentativo di sfuggire al diktat del consumismo sfrenato, della pubblicità, dei supermercati e di tutto quello che ci vorrebbe ingabbiare in un’esistenza mozza e impoverita. Un mondo che non c’è più, quello di Marcovaldo, ma un mondo dal quale è venuto fuori quello che viviamo, anche se ci appare lontano anni luce. Eppure, a ben scorgere tra le pagine, vi rintracciamo i germi di quella evoluzione, se si può chiamare così, che ha portato all’universo virtuale in cui siamo immersi, ora integrati, ora disperatamente alla ricerca di spazi di autenticità che sentiamo sfuggirci. E il contatto con una natura che resiste, nonostante tutto, è per noi, come per Marcovaldo, un balsamo che aiuta ad affrontare il quotidiano con la consolazione che, al di là di tutto, ci attende uno spazio di silenzio e di purezza cui possiamo ancora attingere, seppure con fatica.